lunedì 26 ottobre 2015

Comunicato Stampa - "SETTIMANA DELLA LINGUA ITALIANA NEL MONDO"

"SETTIMANA DELLA LINGUA ITALIANA NEL MONDO"
CHIESTO A BARROSO L'INSERIMENTO DELL'ITALIANO TRA LE LINGUE DI LAVORO.
Adottare con urgenza un quadro giuridico scritto relativo all'utilizzo delle "lingue ufficiali" e delle "lingue di lavoro" dell'UE; elaborare uno studio d'impatto relativo ad un piú corretto uso delle 20 "lingue ufficiali" dell'UE, anche nella prospettiva del prossimo Allargamento e l'inserimento dell'Italiano e di altra/e lingua/e nel novero delle "lingue di lavoro" dell'UE.
Con queste richieste la Delegazione al Parlamento Europeo di Forza Italia, su iniziativa di Alfredo Antoniozzi (FI),primo firmatario del documento, si é rivolta al Presidente Barroso presente al Parlamento di Strasburgo.
"Questa settimana si festeggia, come noto, in tutto il mondo, commenta Alfredo Antoniozzi, "la V settimana della lingua Italiana nel mondo" iniziativa del nostro Ministero degli Affari Esteri. La Delegazione di FI, da sempre sensibile a questa "battaglia" in favore di un maggiore riconoscimento della nostra lingua nell'UE ha ritenuto opportuno rendere omaggio a questa importante celebrazione in tutto il mondo con questa forte iniziativa. I dibattiti in plenaria e le risposte del Commissario Figel non sono stati soddisfacenti, ricordano Antoniozzi ed i Parlamentari Azzurri. Nella lettera noi Europarlamentari di FI riteniamo opportuno ed urgente modificare il sistema attuale che in realtá non esiste perché non c'é niente di scritto.
Nel documento gli Europarlamentari ricordano inoltre come la mancanza di regole scritte non dia garanzia di certezza giuridica e come il sistema attuale non definisca quale sia la differenza tra "lingue ufficiali" (tutte le attuali 20 ) e le "lingue di lavoro" "che non esistono ufficialmente", sottolineano gli Azzurri, "essendo frutto di quella errata consuetudine che vede un uso diffuso di Inglese, Francese e Tedesco." "L'uso dell'Italiano," prosegue la nota, "tra le lingue di lavoro é giustificato, sono le statistiche a darne conferma e la grande diffusione della nostra lingua in Europa ed in tutto il mondo."
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Per ulteriori informazioni:
Ufficio Alfredo Antoniozzi
+ 32 2 284 5516
Email: aantoniozzi@europarl.eu.int
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sabato 21 febbraio 2015

MINACCIA SULL’ITALIANO. Comunicato Stampa in occasione del 26 Settembre, giornata delle lingue

La situazione linguistica, in seno alle istituzioni europee è delle più gravi. Il “Gruppo Antici” del Consiglio sta studiando, in gran segreto, un modus vivendi linguistico in vista delle nuove adesioni, sulla base del documento della presidenza danese, che non aveva trovato alcun consenso in seno al Consiglio Europeo. Le voci che trapelano sono delle più inquietanti, per tutti, ma in maniera del tutto particolare per l’Italiano che è la lingua di uno dei quattro grandi Stati Membri dell’Unione e Membro Fondatore della Comunità Europea insieme a Francia e Germania.

Si racconta, negli ambienti comunitari di Bruxelles, che l’orientamento del gruppo di lavoro sarebbe quello di consacrare, sulla carta, un sistema basato su tre lingue: francese, inglese e tedesco e che questo  nodo centrale sarebbe accompagnato da misure, tra le più antidemocratiche e tra le meno “comunitarie” immaginabili, le quali, predisporrebbero dei contingenti di traduzione-interpretazione per ogni Stato Membro aldilà dei quali ognuno dovrà pagarsi le proprie traduzioni-interpretazioni, trasformando, in tal modo, questi servizi in una specie di shopping-center à la carte.

Un sistema linguistico di questo tipo occulta completamente la dimensione politica dei Servizi linguistici che invece di essere considerati uno strumento di democrazia, al servizio dei cittadini europei, vengono equiparati a dei servizi di manovalanza, trascurando il fatto evidente che l’Unione Europea ha bisogno urgente di una politica linguistica degna di questo nome.  Nel  sistema, in fase di costruzione, quello che colpisce di più è che questo farà pesare sui Paesi più deboli, e su quelli che non saranno riusciti ad imporre la loro lingua, come lingua di lavoro effettiva, i costi dei servizi di traduzione e di interpretazione, salvo consentire l’uso esclusivo delle tre lingue con grave danno della partecipazione effettiva e concreta, di questi Paesi, al processo di integrazione europeo. Si noti, come ironia finale del sistema, che alle spese per l’uso delle tre lingue contribuiscono tutti i paesi dell’Unione. Gli italiani, quindi, pagheranno perché la loro lingua non sia usata e poi pagheranno di nuovo per avere la traduzione in italiano. Apparentemente, gli ambienti italiani non avrebbero niente da eccepire sulla messa in opera di questo sistema allorché le condizioni imposte all’Italia appaiono talmente inique che costituiscono una ragione valida, tra le più pertinenti, per ritirarsi dall’Unione.

Nessuno finora ha, infatti, spiegato alle autorità italiane, e soprattutto al popolo sovrano, secondo quali criteri la Commissione Prodi abbia ritenuto come lingue di procedura: il francese, l’inglese e il tedesco che sono le lingue di tre dei quattro “grandi” dell’Unione lasciando da parte l’Italia che è il quarto. L’Unione ha infatti solo quattro grandi Paesi e l’Italia è uno di questi. L’Italia è inoltre Membro Fondatore della Comunità Europea e, a questo titolo, depositario del progetto originario. Se il criterio di selezione è quello demografico, che sarebbe il solo ad avere un minimo di legittimità, insieme a quello dell’appartenenza al gruppo fondatore, l’italiano non può non far parte della rosa delle lingue prescelte. Ma Bruxelles tace, le decisioni che si prendono nel settore linguistico sono tra le meno trasparenti.

C’è da chiedersi se Ie autorità di Bruxelles non considerino gli Italiani cittadini di minor peso dei Francesi, dei Tedeschi e dei Britannici. C’è anche da chiedersi se questi fatti, accompagnati dalle politiche nazionali  relative alla pubblica istruzione, non segnino l’inizio ufficiale della colonizzazione linguistica e culturale dell’Europa con il beneplacito dei nostri politici, di ogni bordo, e dei nostri Ministri.

26 Settembre 2003

Comitato per l’Italiano lingua d’Europa
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Allarme Lingua, Lettera a Gianfranco Fini, Ministro degli Affari Esteri

Sua Eccellenza
Gianfranco Fini
Ministro degli Affari Esteri
Palazzo della Farnesina
Roma

Signor Ministro,

A seguito delle dichiarazioni del Presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso sull’eliminazione dell’italiano, in quanto lingua di lavoro di questa istituzione, il Corriere della Sera ha aperto, a giusto titolo, un dibattito su questa importante e delicata questione. Leggo tuttavia con costernazione le prese di posizione della “intellighentia” italiana e in particolare le dichiarazioni del nostro Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.

La questione linguistica in seno all’Europa comunitaria, in genere, e in particolare per quanto concerne l’italiano, è male impostata anche da persone che godono di una posizione di prestigio intellettuale  indiscutibile quali Francesco Sabatini e Ernesto Galli della Loggia. Ciò dimostra chiaramente quanto l’essenza profonda del progetto europeo di integrazione sia ancora misconosciuto dai più. I funzionari delle istituzioni europee, da parte loro, pur conoscendo i termini del problema non sono nella posizione di potersi esprimere apertamente perché non hanno altra scelta che quella di conformarsi al sistema posto in opera da un manipolo di attivisti che tutto dirige, celatamente, dall’alto. In quanto funzionara della Commissione Europea so di che cosa parlo perché ho pagato di persona le mie prese di posizione, sulla questione linguistica, non in linea con il pensiero dominante.

Non si può chiedere a tutti di esporsi alle rappresaglie del pensiero dominante che sta diventando pensiero unico, mi pare tuttavia che, se rimane ancora uno straccio di democrazia in Italia e in Europa, i problemi vadano posti nella loro realtà per dar modo ai cittadini di restare tali e non diventare un branco di pecore belanti privi dei punti di riferimento, che possano ispirare le loro scelte, quanto all’interesse generale dell’Italia e dell’Europa. L’eliminazione delle grandi lingue, dal contesto europeo, genera una pessima comunicazione con le istituzioni che lo presiedono e taglia fuori milioni di cittadini, provocando un disinteresse deleterio, come è stato dimostrato dalla partecipazione dei cittadini alle elezioni del Parlamento Europeo e, ancora una volta, dal referendum sulla Costituzione che si è tenuto in Spagna e che ha visto un’affluenza alle urne del solo 42 °/° dell’elettorato. Se le istituzioni europee intendono fare l’Europa a spese dei cittadini europei, sopprimendone la lingua e quindi il contatto diretto, devono essere coscienti del fatto che in tal modo l’Europa non si farà.

Il Governo Italiano non deve accettare la decisione del Presidente Barroso, perché è illegittima e non fondata, e deve mettere in opera tutti i mezzi di cui dispone per farla revocare, a tutti i livelli, non solo per quanto concerne le conferenze stampa. Il Governo italiano può esigere per l’italiano l’identico regime che si applica all’inglese, al francese e al tedesco, nella misura in cui lo statuto di Grande Paese dell’Unione le compete in tutto e per tutto, non solo quanto all’ammontare del contributo finanziario.  L’Italia dovrebbe anche prendere le opportune misure interne e assicurare un’ampia e pertinente informazione ai cittadini italiani su questa importantissima questione che, se non viene risolta rapidamente e definitivamente, rischia di farli scadere a cittadini europei di seconda categoria.

Da tempo, le forze centrifughe, che spingono poco a poco l’Europa verso la barbarie, premono sulle istituzioni europee per indurle ad adottare l’inglese come lingua unica. L’argomento di carattere economico, sventolato ai quattro venti, è solo un pretesto per colonizzare l’Europa e non sta in piedi né sotto il profilo democratico e dei diritti umani, né sotto il profilo del consolidamento dell’Europa e dell’adesione dei cittadini al processo di integrazione in corso, né alla luce di un attento esame sull’impiego delle risorse finanziarie dell’Unione.

Lo stesso colpo inferto all’italiano è già stato tentato, più in sordina, anche con il francese e con il tedesco, in tempi non lontani. Grazie a Dio, almeno queste due lingue si sono salvate. L’allora presidente della Commissione dovette infatti rimangiarsi i suoi propositi per la fermezza con la quale i Ministri degli Affari Esteri francese e tedesco fecero immediatamente conoscere il loro diniego. L’Italia purtroppo, all’epoca, non reagí e per questa ragione, oggi, il Presidente Barroso si permette di uscire allo scoperto, addirittura tramite una comunicazione di livello puramente amministrativo.

Non è tuttavia troppo tardi, l’Italia resta uno dei quattro Grandi dell’Europa, membro fondatore delle Comunità Europee, con diritti, anche linguistici, acquisiti da decenni, con uno straordinario e incontestato splendore culturale e con una demografia che le permette di continuare a mantenerlo vivo in tutte le sue forme di espressione.  L’Italia  può e deve far valere le sue ragioni anche in un’ottica d’interesse generale dell’Europa, nel suo insieme. La componente italiana, presente sin dalla nascita del progetto di integrazione, fa parte del tessuto connettivo della costruzione europea e vi assume un ruolo fondamentale, riconosciuto da tutti i cittadini europei.  L’eliminazione dell’italiano come lingua di lavoro delle istituzioni europee apre una voragine, in quanto gli innumerevoli svantaggi sono di difficile valutazione immediata, e comporta per l’Italia un passo indietro, quanto al suo statuto di grande Paese, in più fondatore, ingiustificabile e inaccettabile.

Il regime linguistico dell’Europa non può essere deciso arbitrariamente, sulla base di criteri soggettivi ed equivoci, ma deve auto generarsi, democraticamente, da una parte, mediante la messa a punto di una vera e propria politica linguistica europea, un sistema per assicurare un sano e concreto plurilinguismo, nelle istituzioni europee, che tenga conto di diversi parametri e in particolare del peso demografico di ciascuna lingua all’interno delle frontiere dell’Unione, dall’altra, attraverso la scelta soggettiva e individuale dei cittadini europei, i quali, come parte in causa, devono potersi esprimere a questo proposito, in particolare nell’ambito della pubblica istruzione. Allo scopo di rendere fondate le loro scelte, devono essere fornite a tutti i cittadini europei informazioni obiettive e dettagliate sulle diverse forme di cultura e sulle lingue europee, sul progetto di integrazione dell’Europa, sulla sua vocazione a conservare e a garantire la diversità, sulle opportunità di vita e di lavoro che offrono i diversi Stati Membri.

Utile ricordare che le scelte linguistiche, poco oculate e per nulla lungimiranti, che si fanno con i programmi della pubblica istruzione nonché nelle diverse manifestazioni di carattere internazionale che si svolgono in Italia, ricadono, poi, pesantemente e negativamente sulla nostra bellissima lingua che nessuno protegge e nessuno valorizza.

In ragione di quanto sopra, mi permetto inviarLe, Signor Ministro,  i risultati di una riunione di esperti sul multilinguismo nelle istituzioni europee e in Europa, tenuta sotto l’egida della Commissione Europea, alla quale hanno partecipato rappresentanti italiani di alto livello, nonché un articolo pubblicato su Civiltà Europea, all’inizio dello scorso anno, che fa il punto della situazione sulla questione dell’italiano, sperando che possano esserLe utili per una valutazione più precisa della questione linguistica, in seno alle istituzioni europee, che è tecnica e politica al tempo stesso e di difficile apprezzamento in quanto originale e inedita perché originale e unico è il progetto di integrazione dell’Europa.

Signor Ministro, mi pare importante sottolineare il fatto che le sorti dell’Italia,  nel caso specifico quelle dell’italiano,  sono nelle Sue mani non in quelle di José Manuel Barroso,  Presidente della Commissione Europea.

Nella speranza che Lei vorrà prevalersi di tutti i mezzi a Sua disposizione per salvare la nostra lingua, la nostra cultura, la partecipazione dell’Italia al progetto di integrazione dell’Europa, al livello che le compete, La prego di gradire, Signor Ministro, l’espressione della mia più alta considerazione e stima,

Anna Maria Campogrande
Rappresentante di Allarme Lingua a Bruxelles
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lunedì 2 febbraio 2015

Appello per le lingue d'Europa

Le istituzioni dell’Unione Europea facendo dell’inglese la lingua unica dell’Europa, violano i Trattati europei.
La scelta dell’inglese come lingua dominante procura notevoli privilegi sul piano economico e politico ai cittadini dei quali è la madre lingua.
I cittadini dell’Unione europea di madre lingua diversa dall’inglese diventano stranieri nell’Unione e partecipano sempre meno alla gestione democratica della “res publica” europea.
Le lingue europee, diverse dalla dominante, perdono sempre più importanza e l’identità culturale dei Paesi  nei quali sono parlate è gravemente minacciata.
Se l’Unione Europea non arresta la corsa al monolinguismo e non torna al pluralismo linguistico perde la sua legittimità e il diritto di esistere.
E’ per questa ragione, che noi chiediamo ai cittadini europei di avvalersi di tutta la loro influenza politica per lottare contro l’evoluzione dell’Europa verso il monolinguismo.
Lanciamo perciò un appello a tutti gli Europei amanti della libertà e   desiderosi di conservare la loro identità e I valori veicolati dalla loro lingua affinché esigano dal Parlamento europeo, dal Consiglio dell’Unione, dalla Commissione Europea:
1.  La priorità della dimensione politica nella questione linguistica, al dilà di ogni considerazione tecnica e finanziaria.
2. Il rispetto della diversità linguistica e culturale nella elaborazione di tutte le politiche comunitarie.
3. Un regime linguistico delle istituzioni europee, scelto secondo regole democratiche e trasparenti,  previo un vero dibattito pubblico.
4. l’adozione d’una politica linguistica fondata sul principio di uguaglianza dei cittadini e, di conseguenza, di uguaglianza delle rispettive lingue e culture.
L’EUROPA SARA’ MULTILINGUE O NON SARA’
Comitato per la democrazia linguistica in Europa
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lunedì 30 aprile 2012

Comunicato stampa - Presentazione del Manifesto per la Difesa e la promozione della Lingua Italiana

In concomitanza con la chiusura del 25° Salone Internazionale del libro di Torino, avrà luogo il 14 maggio prossimo alle ore 12, presso i locali dello stesso, Spazio Autori B, la presentazione del Manifesto per la Difesa e la promozione della Lingua Italiana.

Firmatari del documento sono Allarme Lingua, gruppo che da tempo si muove in difesa della lingua e dell’identità italiana contro gli attacchi indiscriminati in nome del “pensiero unico globale”, Athena, associazione per la difesa e la promozione delle lingue ufficiali della Comunità Europea, creata in seno alle istituzioni europee nel 2006, che opera in seno alle stesse istituzioni e in tutti i Paesi dell’Unione Europea, nonché la storica Lega Nazionale, nata nel 1891 a Trieste per vegliare sull’identità italiana del Trentino e della Venezia Giulia e Dalmazia, allora parte dell’Impero Austro-ungarico.

Destinatarie del Manifesto sono, in primo luogo, le istituzioni dello Stato, prime tra tutte, quelle responsabili e garanti, per statuto, a vigilare , ad intraprendere le azioni necessarie, a promuovere le opportune misure, per assicurare alla lingua e alla cultura italiana il ruolo, la diffusione, la pratica e il prestigio che loro competono. Questa attenzione delle istituzioni appare particolarmente necessaria e urgente nell’attuale momento storico in cui, in nome delle tecno-ideologie e della speculazione delle élites predatrici dell’economia e della finanza, viviamo l’epoca del surrealismo economico e commerciale, sotto il cui predominio si rischia di mandare al macero secoli di storia e di cultura che hanno reso celebre l’Italia nel Mondo.

L’appuntamento torinese appare particolarmente opportuno e pertinente, tenuto conto delle derive in materia linguistica anche da parte delle istituzioni. Ne citiamo una sola, ma grave ed emblematica, quella che concerne la decisione del Politecnico di Milano di sostituire l’italiano con l’inglese quale lingua di laurea a partire dal 2014. Tale decisione, peraltro discutibile anche sotto il profilo giuridico-costituzionale, ha dato luogo ad una pronta reazione della Società “Dante Alighieri”, la quale, però, non deve rimanere da sola a battersi in favore della lingua e della cultura italiana, ma trovare, in tutti e per tutto, il necessario seguito con azioni di sostegno, affinché l’italiano non finisca con l’essere relegato al rango di lingua di vecchi e di folclore per turisti.

Il Comitato Esecutivo di Allarme Lingua
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venerdì 6 febbraio 2004

Lettera a Neil Kinnock, Vice Presidente della Commissione Europea

Signor Vice Presidente,

La Commissione Europea, in seno alla quale Lei assume la responsabilità dell’Amministrazione e dei Servizi linguistici, ha recentemente deciso di ridurre a tre le lingue di procedura : francese tedesco e inglese, le quali sono poi diventate, di fatto, anche le lingue di lavoro della Commissione in discordanza con la lettera e lo spirito dei Trattati.

La scelta di queste  tre lingue,  che rappresentano tre dei quattro grandi Paesi dellUnione,  appare come una discriminazione evidente nei confronti dell’italiano  che è la lingua del quarto grande Paese dell’Unione.

La palese mancanza di coerenza della decisione presa, in assenza di un qualsiasi pubblico dibattito,  risulta grandemente offensiva nei confronti dei cittadini europei di nazionalità italiana.  Le chiediamo pertanto di voler prendere le misure appropriate affinchè la Commissione prenda atto di questa situazione discriminatoria nei confronti dell’Italia e dei cittadini italiani  e vi ponga rimedio inserendo l’italiano tra le lingue di procedura e di lavoro effettive della Commissione e  restituendogli, in tal modo, la pari dignità con il francese, l’inglese e il tedesco che sono le lingue degli altri tre grandi Paesi dell’Unione.

In attesa di un Suo sollecito riscontro, La prego  di  gradire, Signor Vice Presidente, i sensi della mia più alta stima.

Giorgio Bronzetti
Coordinatore nazionale
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domenica 2 giugno 2002

Plurilinguisme: Lettera a Corrado Augias

A Corrado Augias,

Funzionaria da molti anni presso la Commissione Europea assisto sconcertata e impotente allo smantellamento in atto dello status istituzionale della lingua italiana e della cultura latina in genere.

Come Lei sa, le istituzioni europee sono una costruzione "sui generis" con importanti aspetti di sovrannazionalità, che ha come progetto l'integrazione dei Paesi Membri.

Allo scopo di mettere tutti i cittadini sullo stesso piano di fronte alle istituzioni, alla legislazione che producono e alle opportunità che creano, i fondatori  avevano deciso che tutte le lingue dei Paesi membri erano lingue ufficiali e lingue di lavoro delle istituzioni.

All'inizio, con i sei Paesi Membri della Comunità Europea, le lingue erano quattro : Italiano, Francese, Tedesco e Olandese. Anche se il Francese era la lingua più usata, le altre lingue restavano d'uso corrente e tutti i documenti, tutti gli strumenti di lavoro, le informazioni e le comunicazioni di ogni tipo erano rigorosamente nelle quattro lingue.

Con le successive adesioni del Regno Unito, dell'Irlanda e della Danimarca, poi della Grecia, in seguito della Spagna e del Portogallo  ed infine dell'Austria, della Finlandia e della Svezia, siamo arrivati a quindici Paesi e undici lingue. Il funzionamento linguistico, che da sempre è stato considerato una delle colonne portanti della costruzione europea, nella misura in cui essa entra nella vita quotidiana del cittadino, la modella e lo concerne direttamente, ha continuato ad essere corretto fino a pochi anni fa'.  Finché, approfittando, da una parte, dell'appoggio di certi Paesi nordici, dall'altra, della prospettiva dell'ampliamento verso i Paesi dell'Est, l'Inglese ha cominciato a voler giocare il ruolo della lingua unica mettendo a punto una vera strategia : nel costituire e congegnare i Servizi di funzionamento e l’attività della Commissione, nell'adottare strumenti di lavoro ad hoc, nel riconcepimento dei Servizi linguistici, nella costruzione delle relazioni e dei negoziati con i Paesi dell'Est. All'interno delle istituzioni è stato creato un marchingegno, funzionante in completa contraddizione con la lettera e  con lo spirito dei Trattati, che tutto spazza davanti a sé.

Recentemente, la Commissione ha deciso di ridurre a tre le lingue di procedura: Francese, Tedesco e Inglese.  Non si capisce perché mai l'Italiano che, allo stesso titolo di queste tre lingue è la lingua di uno dei quattro "Grandi" non abbia anch'esso conservato la sua qualità di lingua procedurale e sia, al contrario, scomparso quasi completamente dall'uso corrente, non solo nel lavoro quotidiano ma anche nelle documentazioni di vario genere, nei formulari da riempire, nei progetti da presentare e cosí via. Non sto a dilungarmi sulle conseguenze catastrofiche che tutto ciò comporta per un'effettiva e concreta partecipazione italiana al processo di integrazione in corso nonché ai programmi e alle azioni delle quali i cittadini, le istituzioni, le imprese italiane devono essere protagonisti.

Tutto ciò è molto inquietante perché, ovviamente, nella prospettiva delle nuove adesioni bisognerà trovare un "modus vivendi" per le lingue, fermo restando il fatto che sarà sempre indispensabile assicurare le legislazioni e le informazioni in tutte le lingue. In questa prospettiva, se si devono scegliere alcune lingue di lavoro e di procedura tra le tante, l'italiano non può essere messo da parte o eliminato. L'Italia non è un piccolo Paese. L'Italia è un Paese che pesa, in seno al progetto di integrazione europea, non solo in termini demografici, economici, politici e culturali ma anche per la sua dinamicità, creatività, apertura e, non ultimo, per il suo contributo umanistico e spirituale nella storia d'Europa. Spero vivamente che i nostri responsaboli politici, a tutti i livelli, saranno in grado di riprendere il treno in corsa alfine di evitare agli Italiani di diventare cittadini europei di seconda categoria.

Anna Maria Campogrande
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