sabato 21 febbraio 2015

Allarme Lingua, Lettera a Gianfranco Fini, Ministro degli Affari Esteri

Sua Eccellenza
Gianfranco Fini
Ministro degli Affari Esteri
Palazzo della Farnesina
Roma

Signor Ministro,

A seguito delle dichiarazioni del Presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso sull’eliminazione dell’italiano, in quanto lingua di lavoro di questa istituzione, il Corriere della Sera ha aperto, a giusto titolo, un dibattito su questa importante e delicata questione. Leggo tuttavia con costernazione le prese di posizione della “intellighentia” italiana e in particolare le dichiarazioni del nostro Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.

La questione linguistica in seno all’Europa comunitaria, in genere, e in particolare per quanto concerne l’italiano, è male impostata anche da persone che godono di una posizione di prestigio intellettuale  indiscutibile quali Francesco Sabatini e Ernesto Galli della Loggia. Ciò dimostra chiaramente quanto l’essenza profonda del progetto europeo di integrazione sia ancora misconosciuto dai più. I funzionari delle istituzioni europee, da parte loro, pur conoscendo i termini del problema non sono nella posizione di potersi esprimere apertamente perché non hanno altra scelta che quella di conformarsi al sistema posto in opera da un manipolo di attivisti che tutto dirige, celatamente, dall’alto. In quanto funzionara della Commissione Europea so di che cosa parlo perché ho pagato di persona le mie prese di posizione, sulla questione linguistica, non in linea con il pensiero dominante.

Non si può chiedere a tutti di esporsi alle rappresaglie del pensiero dominante che sta diventando pensiero unico, mi pare tuttavia che, se rimane ancora uno straccio di democrazia in Italia e in Europa, i problemi vadano posti nella loro realtà per dar modo ai cittadini di restare tali e non diventare un branco di pecore belanti privi dei punti di riferimento, che possano ispirare le loro scelte, quanto all’interesse generale dell’Italia e dell’Europa. L’eliminazione delle grandi lingue, dal contesto europeo, genera una pessima comunicazione con le istituzioni che lo presiedono e taglia fuori milioni di cittadini, provocando un disinteresse deleterio, come è stato dimostrato dalla partecipazione dei cittadini alle elezioni del Parlamento Europeo e, ancora una volta, dal referendum sulla Costituzione che si è tenuto in Spagna e che ha visto un’affluenza alle urne del solo 42 °/° dell’elettorato. Se le istituzioni europee intendono fare l’Europa a spese dei cittadini europei, sopprimendone la lingua e quindi il contatto diretto, devono essere coscienti del fatto che in tal modo l’Europa non si farà.

Il Governo Italiano non deve accettare la decisione del Presidente Barroso, perché è illegittima e non fondata, e deve mettere in opera tutti i mezzi di cui dispone per farla revocare, a tutti i livelli, non solo per quanto concerne le conferenze stampa. Il Governo italiano può esigere per l’italiano l’identico regime che si applica all’inglese, al francese e al tedesco, nella misura in cui lo statuto di Grande Paese dell’Unione le compete in tutto e per tutto, non solo quanto all’ammontare del contributo finanziario.  L’Italia dovrebbe anche prendere le opportune misure interne e assicurare un’ampia e pertinente informazione ai cittadini italiani su questa importantissima questione che, se non viene risolta rapidamente e definitivamente, rischia di farli scadere a cittadini europei di seconda categoria.

Da tempo, le forze centrifughe, che spingono poco a poco l’Europa verso la barbarie, premono sulle istituzioni europee per indurle ad adottare l’inglese come lingua unica. L’argomento di carattere economico, sventolato ai quattro venti, è solo un pretesto per colonizzare l’Europa e non sta in piedi né sotto il profilo democratico e dei diritti umani, né sotto il profilo del consolidamento dell’Europa e dell’adesione dei cittadini al processo di integrazione in corso, né alla luce di un attento esame sull’impiego delle risorse finanziarie dell’Unione.

Lo stesso colpo inferto all’italiano è già stato tentato, più in sordina, anche con il francese e con il tedesco, in tempi non lontani. Grazie a Dio, almeno queste due lingue si sono salvate. L’allora presidente della Commissione dovette infatti rimangiarsi i suoi propositi per la fermezza con la quale i Ministri degli Affari Esteri francese e tedesco fecero immediatamente conoscere il loro diniego. L’Italia purtroppo, all’epoca, non reagí e per questa ragione, oggi, il Presidente Barroso si permette di uscire allo scoperto, addirittura tramite una comunicazione di livello puramente amministrativo.

Non è tuttavia troppo tardi, l’Italia resta uno dei quattro Grandi dell’Europa, membro fondatore delle Comunità Europee, con diritti, anche linguistici, acquisiti da decenni, con uno straordinario e incontestato splendore culturale e con una demografia che le permette di continuare a mantenerlo vivo in tutte le sue forme di espressione.  L’Italia  può e deve far valere le sue ragioni anche in un’ottica d’interesse generale dell’Europa, nel suo insieme. La componente italiana, presente sin dalla nascita del progetto di integrazione, fa parte del tessuto connettivo della costruzione europea e vi assume un ruolo fondamentale, riconosciuto da tutti i cittadini europei.  L’eliminazione dell’italiano come lingua di lavoro delle istituzioni europee apre una voragine, in quanto gli innumerevoli svantaggi sono di difficile valutazione immediata, e comporta per l’Italia un passo indietro, quanto al suo statuto di grande Paese, in più fondatore, ingiustificabile e inaccettabile.

Il regime linguistico dell’Europa non può essere deciso arbitrariamente, sulla base di criteri soggettivi ed equivoci, ma deve auto generarsi, democraticamente, da una parte, mediante la messa a punto di una vera e propria politica linguistica europea, un sistema per assicurare un sano e concreto plurilinguismo, nelle istituzioni europee, che tenga conto di diversi parametri e in particolare del peso demografico di ciascuna lingua all’interno delle frontiere dell’Unione, dall’altra, attraverso la scelta soggettiva e individuale dei cittadini europei, i quali, come parte in causa, devono potersi esprimere a questo proposito, in particolare nell’ambito della pubblica istruzione. Allo scopo di rendere fondate le loro scelte, devono essere fornite a tutti i cittadini europei informazioni obiettive e dettagliate sulle diverse forme di cultura e sulle lingue europee, sul progetto di integrazione dell’Europa, sulla sua vocazione a conservare e a garantire la diversità, sulle opportunità di vita e di lavoro che offrono i diversi Stati Membri.

Utile ricordare che le scelte linguistiche, poco oculate e per nulla lungimiranti, che si fanno con i programmi della pubblica istruzione nonché nelle diverse manifestazioni di carattere internazionale che si svolgono in Italia, ricadono, poi, pesantemente e negativamente sulla nostra bellissima lingua che nessuno protegge e nessuno valorizza.

In ragione di quanto sopra, mi permetto inviarLe, Signor Ministro,  i risultati di una riunione di esperti sul multilinguismo nelle istituzioni europee e in Europa, tenuta sotto l’egida della Commissione Europea, alla quale hanno partecipato rappresentanti italiani di alto livello, nonché un articolo pubblicato su Civiltà Europea, all’inizio dello scorso anno, che fa il punto della situazione sulla questione dell’italiano, sperando che possano esserLe utili per una valutazione più precisa della questione linguistica, in seno alle istituzioni europee, che è tecnica e politica al tempo stesso e di difficile apprezzamento in quanto originale e inedita perché originale e unico è il progetto di integrazione dell’Europa.

Signor Ministro, mi pare importante sottolineare il fatto che le sorti dell’Italia,  nel caso specifico quelle dell’italiano,  sono nelle Sue mani non in quelle di José Manuel Barroso,  Presidente della Commissione Europea.

Nella speranza che Lei vorrà prevalersi di tutti i mezzi a Sua disposizione per salvare la nostra lingua, la nostra cultura, la partecipazione dell’Italia al progetto di integrazione dell’Europa, al livello che le compete, La prego di gradire, Signor Ministro, l’espressione della mia più alta considerazione e stima,

Anna Maria Campogrande
Rappresentante di Allarme Lingua a Bruxelles
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