domenica 2 giugno 2002

Plurilinguisme: Lettera a Corrado Augias

A Corrado Augias,

Funzionaria da molti anni presso la Commissione Europea assisto sconcertata e impotente allo smantellamento in atto dello status istituzionale della lingua italiana e della cultura latina in genere.

Come Lei sa, le istituzioni europee sono una costruzione "sui generis" con importanti aspetti di sovrannazionalità, che ha come progetto l'integrazione dei Paesi Membri.

Allo scopo di mettere tutti i cittadini sullo stesso piano di fronte alle istituzioni, alla legislazione che producono e alle opportunità che creano, i fondatori  avevano deciso che tutte le lingue dei Paesi membri erano lingue ufficiali e lingue di lavoro delle istituzioni.

All'inizio, con i sei Paesi Membri della Comunità Europea, le lingue erano quattro : Italiano, Francese, Tedesco e Olandese. Anche se il Francese era la lingua più usata, le altre lingue restavano d'uso corrente e tutti i documenti, tutti gli strumenti di lavoro, le informazioni e le comunicazioni di ogni tipo erano rigorosamente nelle quattro lingue.

Con le successive adesioni del Regno Unito, dell'Irlanda e della Danimarca, poi della Grecia, in seguito della Spagna e del Portogallo  ed infine dell'Austria, della Finlandia e della Svezia, siamo arrivati a quindici Paesi e undici lingue. Il funzionamento linguistico, che da sempre è stato considerato una delle colonne portanti della costruzione europea, nella misura in cui essa entra nella vita quotidiana del cittadino, la modella e lo concerne direttamente, ha continuato ad essere corretto fino a pochi anni fa'.  Finché, approfittando, da una parte, dell'appoggio di certi Paesi nordici, dall'altra, della prospettiva dell'ampliamento verso i Paesi dell'Est, l'Inglese ha cominciato a voler giocare il ruolo della lingua unica mettendo a punto una vera strategia : nel costituire e congegnare i Servizi di funzionamento e l’attività della Commissione, nell'adottare strumenti di lavoro ad hoc, nel riconcepimento dei Servizi linguistici, nella costruzione delle relazioni e dei negoziati con i Paesi dell'Est. All'interno delle istituzioni è stato creato un marchingegno, funzionante in completa contraddizione con la lettera e  con lo spirito dei Trattati, che tutto spazza davanti a sé.

Recentemente, la Commissione ha deciso di ridurre a tre le lingue di procedura: Francese, Tedesco e Inglese.  Non si capisce perché mai l'Italiano che, allo stesso titolo di queste tre lingue è la lingua di uno dei quattro "Grandi" non abbia anch'esso conservato la sua qualità di lingua procedurale e sia, al contrario, scomparso quasi completamente dall'uso corrente, non solo nel lavoro quotidiano ma anche nelle documentazioni di vario genere, nei formulari da riempire, nei progetti da presentare e cosí via. Non sto a dilungarmi sulle conseguenze catastrofiche che tutto ciò comporta per un'effettiva e concreta partecipazione italiana al processo di integrazione in corso nonché ai programmi e alle azioni delle quali i cittadini, le istituzioni, le imprese italiane devono essere protagonisti.

Tutto ciò è molto inquietante perché, ovviamente, nella prospettiva delle nuove adesioni bisognerà trovare un "modus vivendi" per le lingue, fermo restando il fatto che sarà sempre indispensabile assicurare le legislazioni e le informazioni in tutte le lingue. In questa prospettiva, se si devono scegliere alcune lingue di lavoro e di procedura tra le tante, l'italiano non può essere messo da parte o eliminato. L'Italia non è un piccolo Paese. L'Italia è un Paese che pesa, in seno al progetto di integrazione europea, non solo in termini demografici, economici, politici e culturali ma anche per la sua dinamicità, creatività, apertura e, non ultimo, per il suo contributo umanistico e spirituale nella storia d'Europa. Spero vivamente che i nostri responsaboli politici, a tutti i livelli, saranno in grado di riprendere il treno in corsa alfine di evitare agli Italiani di diventare cittadini europei di seconda categoria.

Anna Maria Campogrande
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